Siamo nel bel mezzo di un overload informativo?

I new media hanno stravolto la gerarchia comunicazionale, che non è più verticale (tipica dei media tradizionali – stampa e televisione), ma è diventata orizzontale, in una “parità” di fonti che confonde emittente e ricevente e crea un overload, un sovraccarico di informazione.

La comunicazione a due vie, alla base dell’interazione, è stata cancellata, come l’ascolto e il flusso di messaggi tra emittente e ricevente.

Gli studenti di Teoria e tecniche delle analisi di mercato e di Comunicazione e innovazione nelle pubbliche amministrazioni dell’Università di Napoli hanno fatto una ricerca per comprendere sia i criteri di scelta delle fonti degli utenti italiani, sia il grado di influenza esercitato dai media digitali. Il confine tra emittente e destinatario del messaggio diventa labile: non si è più semplicemente spettatori passivi, ma si diventa protagonisti della narrazione informativa, giungendo ad una «autocomposizione delle fonti» che porta ad una «disintermediazione digitale». Internet, il più diffuso mezzo di partecipazione all’informazione, ha sparigliato le carte verso il basso: permettendo di farsi un’opinione in base alle prime fonti trovate ed impedendo di comprendere l’autorevolezza o meno di un contenuto, tra bufale, fake news e confusione da overload, ha portato a quella che può essere definita “ignoranza 2.0“.

Rispetto all’attesa del telegiornale delle emittenti televisive – salvo, naturalmente, edizioni straordinarie dell’ultim’ora – e gli approfondimenti dei quotidiani cartacei del giorno seguente, un punto a favore dei media sociali è la rapidità di diffusione di contenuti e l’immediata disponibilità di notizie. «I media digitali hanno realmente disciolto la comunicazione di massa in un numero infinito di bit disponibili a tutti coloro che hanno accesso alla rete», si legge nella ricerca. Ma quegli stessi media stanno portando il mondo dell’informazione verso l’era dell’accumulo e dell’overload, rendendo obsoleti gli strumenti tradizionali di diffusione di contenuti e sovraccarica l’etere di messaggi che si contendono l’attenzione degli utenti a causa dell’impossibilità di porre dei filtri.

Il rischio è che gli algoritmi dei social network generino un soft power che influenza gli utenti, nell’errata convinzione di compiere delle scelte, mentre in realtà le azioni vengono effettuate in uno stato di assuefazione e dipendenza, con contenuti selezionati in base alle proprie preferenze espresse in precedenza. Il tempo impiegato nell’utilizzo dei social viene scandito da gesti automatizzati, dalla continua necessità di essere esposti a informazioni e di creare contenuti – dalle foto, agli stati, alle GIF – alimentata dalla volontà di migliorare la propria reputazione online attraverso apprezzamenti, ricondivisioni e commenti. Per gli utenti è sempre più difficile riuscire a individuare l’autorevolezza delle fonti oppure a modificare la propria opinione a causa dell’overload di informazione digitale. E così è il livello di attenzione a venire meno, in un contesto in cui non va più conquistata, ma costruita in base all’architettura del medium di riferimento, divenendo così subordinati alle tecnologie: «chiunque, anche soggetti privi di ogni competenza culturale e tecnologica, viene messo in condizione di pubblicare, di esprimere la sua opinione, soprattutto emotiva». È inevitabile che gli utenti valutino con maggiore attenzione contenuti che reputano interessanti, tendendo a trascurare la credibilità della fonte e gli aspetti più formali, quali lo stile dell’informazione diffusa. strategy DADO

A tal proposito gioca un ruolo decisivo l’emotional sharing, la condivisione emotiva, determinata dal ricorso, da parte di chi divulga i messaggi, a «forme e termini emotigeni» che fanno leva sull’empatia con gli utenti: sarà rilevante lo studio dell’apprezzamento dei contenuti condivisi sui social network, così come il ricorso ad influencer, «filtri della nostra attenzione, delle nostre emozioni, delle nostre labili opinioni» (in base alla reputazione guadagnata o ottenuta orientano in maniera determinante l’opinione e il consenso dei fruitori verso determinati contenuti).
Quella che può sembrare una forma di democratizzazione della cultura non è altro che il proliferare di «folle emotive», aggregazioni di individui spinti dall’omofilia nei confronti di qualcosa che tendono a rifuggire da tutto ciò che è diverso e incoerente rispetto alla propria visione e alla propria opinione. La necessità di ‘essere’ costantemente in rete, il bisogno continuo di interfacciarsi attraverso un display, l’aggregazione e la condivisione emotiva, la ricerca di incremento e miglioramento della propria reputazione online non fanno altro che modificare i processi di conoscenza, impedendo la realizzazione – forse utopica – di una comunità beninformata.

Dalla ricerca emerge chiaramente che «l’individuo incomincia a formare una ipersensibilità, seppur non ancora del tutto espressa, che inizia a porre in discussione la fiducia e la credibilità delle fonti informative, ma è condizionata dal proprio echo chamber e dall’influenza delle proprie reti omofiliache. Questa nuova soggettività biomediatica fa apparire gli individui come su delle zattere violentemente sospinte dalle correnti informazionali, che solo a volte riescono a surfare, capendone limiti, criticità e problematicità», mentre molto più spesso si perdono nella disinformazione totale.