Non tutti possono essere scrittori

Non basta saper cucinare un piatto di pasta e un rollè pronto comprato dal macellaio per diventare un cuoco gourmet. Non basta divertirsi il sabato sera con il karaoke per diventare un cantante da Music Awards. Non basta avere uno strumento in casa per diventare musicisti. Non basta una comparsata in qualche emittente televisiva, locale o nazionale, per diventare conduttori di Sanremo. Non basta avere una telecamera per diventare registi o attori professionisti. Non basta disquisire di calcio nel fine settimana per diventare allenatori. Non basta avere sempre in mano uno smartphone con la frenesia dello scatto multiplo per diventare fotografi professionisti. Non basta ricopiare aforismi sui social per essere persone di cultura. Non basta avere l’ossessione compulsiva da tastiera riversando in blog più o meno consolidati comunicati stampa, notizie, commenti e testi di vario genere e varia provenienza per diventare giornalisti da Pulitzer. E non basta, infine, scrivere per diventare scrittori.

E invece. E invece ci siamo trasformati in un popolo di cuochi, cantanti, registi, attori, allenatori, fotografi, giornalisti, opinionisti, scrittori. Ce lo diciamo da soli. E ci crediamo. Perché è tutto a portata di mano: se la commessa o lo studente possono diventare personaggi nazionali a colpi di talent show, allora chiunque può definirsi come meglio crede. Chiunque può trasformare in (presunta) professione il proprio sogno. Il talent al posto del talento, come l’impegno social al posto di quello sociale. E così via, con infinite declinazioni di orwelliana memoria.

Ci porterebbero molto lontano le riflessioni su questo “tramonto di un mondo” di cui scriveva Corrado Alvaro. In un luogo dove in pochi (forse pochissimi) vorrebbero-saprebbero arrivare. Ma non è questo il tempo, né il luogo.

Qui, oggi, mentre lavoriamo con la seconda scrematura della marea di manoscritti giunti nell’ultimo trimestre, per poter arrivare ad una rosa di “papabili” editi, siamo stati assaliti da una doppia certezza.
La prima: pubblicare non è un dovere categorico delle case editrici. O più esattamente, delle vere case editrici. Perché quelle a pagamento, dichiarato o no (anche l’obbligo dell’acquisto di un tot numero di copie è editoria a pagamento travestita), ce l’hanno ovviamente come dovere: di sopravvivenza commerciale, esattamente come le tipografie, che campano finché stampano.
La seconda: pubblicare non è un diritto degli aspiranti scrittori. Perché non tutti lo sono. Non tutti lo possono essere. E non è vero che volere è potere, con buona pace del nostro grandissimo Alfieri. Certo, questa seconda certezza è molto più difficile da dimostrare come reale. Perché in un modo o in un altro chi vuole pubblicare – per poter inserire”scrittore” nel proprio profilo social o sotto le locandine di fantomatici happening letterari – pubblica. Anzi, ha una vasta possibilità di scelta: dal self publishing ai “concorsi” per inediti, passando attraverso il mondo vasto dell’editoria a pagamento. E se poi si trova cartoni pieni di volumi in casa, tra amici, parenti e conoscenti, in qualche modo può anche riuscire a contenere la spesa.
La colpa è nostra. Proprio così: la colpa è di noi editori (aspiranti, sedicenti o reali lo dirà il tempo), che non andiamo troppo per il sottile anche se siamo grandi ed affermati. La colpa è anche degli autori (aspiranti, sedicenti o reali lo dirà il tempo, anche in questo caso), che quando si sono fatti un nome che vende a prescindere dal prodotto (scrivere titolo è già dare troppo al tipo di pubblicazione proposta) pensano di poter definire libro anche il diario con pagine bianche vendute a lettori che loro stessi trasformano in autori. La colpa è del fatto che si legge sempre meno, e purtroppo molti dei (pochissimi) libri acquistati servono come base per l’autografo o il selfie, per poi essere abbandonati intonsi (nelle librerie quando va bene, a tenere aperte porte o in cantina quando va meno bene).

E a proposito di leggere. Ci rimettiamo a farlo. Perché è il nostro lavoro. Ma prima ancora perché è la nostra passione. E ci piacciono i bei libri. Ma per trovarli bisogna leggere tanti inediti. Individuare quelli che vale la pena di rileggere, aiutarli ad uscire dal bozzolo, seguirli passo passo fino a quando prendono forma e si mettono in gioco con i lettori. Lʼeditoria non è un gioco, è un lavoro duro e lungo. Ma che può dare, che dà, grandissime soddisfazioni. Quasi come leggere.

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